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LIO GRANDO: LA PORTOFINO MANCATA DELLA LAGUNA 

Lio Grando non è una zona particolarmente frequentata da turisti e abitanti del litorale. E’ un insediamento un po’ ai margini dei ben più animati (e purtroppo disordinati) centri di Ca’Savio e Punta Sabbioni, anche perché sono pochissime le attività commerciali che possono attrarre clienti e visitatori. Se si escludono, infatti, la darsena e un paio di ristoranti, dopo la chiusura del grande albergo che troneggia tra il lungomare San Felice e il disadorno piazzale, Lio Grando conserva di fatto solo una funzione residenziale.

Nei progetti originali, però, quest’angolo di territorio litoraneo che si affaccia sulla laguna era destinato a una funzione diversa rispetto a quella che, col passare degli anni, è divenuta: doveva essere una sorta di prestigioso quartiere d’elite, fatto di villette abitate nel periodo estivo da famiglie benestanti, vocato ad una ricettività turistica di qualità diversa rispetto a quella offerta dai campeggi, una sorta di “buen retiro”, curato, tranquillo, dotato di comfort e servizi, a un tiro di schioppo da Venezia, raggiungibile anche in barca.
Così almeno lo voleva il geometra Sergio Sacchi, personaggio dalla fervida immaginazione, che per primo ebbe l’intuizione di tramutare il terreno agricolo di Punta Sabbioni che affiorava dalla laguna nelle vicinanze del “Forte Vecchio” e della torre telemetrica, in area edificabile, creando così i presupposti alla nascita di un “borgo lagunare” di grande suggestione.

Ad accogliere entusiasticamente le idee innovative di Sacchi, nel 1960, fu la società “Alga Veneta”, appositamente costituita e che aveva tra i suoi componenti facoltose eminenze della finanza milanese nonché ditte quali la Campari, tanto per far capire la portata del progetto. Una volta stese le prime planimetrie dagli architetti Della Toffola e Meo - che all’epoca costituivano un sicuro punto di riferimento per l’edilizia a Venezia - “Alga Veneta” ottenne nell’ormai lontano 1961 le prime concessioni edificatorie. Cominciò così l’attività di sbancamento dell’area, per la cui esecuzione il Sacchi si rivolse a Lorenzo Franzosi, giovane originario di Rivazzano Terme in Lombardia, la stessa persona dalla quale abbiamo attinto queste informazioni sulla storia di Lio Grando.
Lorenzo aveva già lavorato per Sacchi alla realizzazione di un intervento a Novi Ligure e accettò di buon grado l’incarico, mettendosi presto all’opera con il suo grosso trattore. Mai e poi mai avrebbe pensato che a Punta Sabbioni si sarebbe fermato per il resto della sua vita: qui, infatti, conobbe la giovane Giovannina, la sposò e con lei assunse la gestione della trattoria “Bevilaqua”, sul Lungomare San Felice, che ancor oggi conduce insieme alla moglie e ai figli.

Ma torniamo al progetto di “Alga Veneta”: nel 1962 fu edificata la prima casa, quella rossa a due piani che si trova nei pressi della piscina. Il geom. Sacchi si occupava della parte burocratica e dei contatti col Comune di Venezia e ottenne di lottizzare una grande area di terreno che arrivava sin quasi all’insediamento che viene comunemente chiamato “Villaggio Fantasma”. Nei suoi progetti erano previsti l’hotel, la piscina, i campi da tennis e la darsena, la cui realizzazione fu affidata però alla società “La Crea”, che in seguito avrebbe eseguito anche molti altri lavori nel litorale, compreso l’acquedotto. L’unica casa preesistente era quella della famiglia Pimpinelli, ovvero la casa che oggi ospita gli uffici e il circolo della darsena. A Lio Grando lavoravano come mezzadri vari componenti della famiglia De Bortoli che ottennero le odierne abitazioni dalla ditta che possedeva la maggior parte dei terreni, la Goppion Caffè. L’impresa che ottenne l’appalto da “Alga Veneta” per costruire le ville fu la ditta “Bettin Dante” di Passarella e presto il borgo, che precedentemente esisteva solo nella mente e nei disegni del geometra, cominciò a prendere forma, suscitando l’interesse di varie personalità in vista dell’ambiente veneziano. Tra i primi ad acquistare una proprietà a Lio Grando, infatti, oltre agli stessi architetti Della Toffola e Meo e all’ing. Amati, che scelsero delle case fronte laguna, furono i Monti di Maserada (tessuti), il conte Aurelio Foscari, poi giunsero alcuni musicisti della Fenice, il primo violino Edda Lazzarini e suo marito concertista di pianoforte, l’ing. Lattuada di Milano e altri imprenditori e liberi professionisti che individuarono questo come il luogo ideale ove trascorrere tranquilli soggiorni, con la barca a porta di mano, godendo così della laguna e della spiaggetta che era in concessione all’albergo e che fu creata da Franzosi con 40.000 metri cubi di sabbia prelevati dall’arenile.

Iniziò così il periodo d’oro di Lio Grando, caratterizzato da grandi feste che animavano le serate estive, la bella gente si dava appuntamento da queste parti e non mancavano gli ospiti illustri come Domenico Modugno e Silvana Pampanini, che presenziarono all’inaugurazione dell’hotel. Insomma, un clima da… dolce vita, che Lorenzo ricorda con piacere e un po’ di nostalgia.
Ma dopo gli iniziali anni ruggenti, gradatamente iniziò il declino. Molti dei proprietari più illustri non frequentarono più il luogo, qualcuno decise di vendere la casa, e invece del prestigio e dell’esclusività che avrebbe dovuto caratterizzare la zona, subentrò l’abbandono e la trascuratezza. A tarpare le ali al progetto di Alga Veneta sembra abbia contribuito in modo determinate il Comune di Venezia, con la sua lentezza burocratica e lo scarso interesse per lo sviluppo del litorale, tanto da mortificare l’iniziativa privata.

Sta di fatto che dalla seconda metà degli anni Settanta, Lio Grando cominciò a subire un lento ed inesorabile degrado, gli investitori invecchiati e stanchi di aspettare che i loro progetti decollassero, deviarono le loro attenzioni su attività più redditizie o addirittura passarono a miglior vita.
A migliorare la situazione e a ravvivare l’interesse su quest’area, negli ultimi tempi, sono intervenute nuove edificazioni, alcune anche di innegabile pregio.
Ma Lio Grando non è certo diventato quel luogo immaginato più di 40 anni fa. E a ricordarcelo sono quel grande albergo desolatamente chiuso, la spiaggetta che non c'è più, i marciapiedi invasi dalle erbacce…

Marco Agazia

 

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